Francesco NICOLOSI FAZIO- Scaffale. Canta ca ti cuntu (versi in lingua siciliana di G. Calcagno)

 

 

Scaffale

 


 

 

CUNTA CA TI CUNTU

Calcagno recita i suoi versi a teatro

Giovanni Calcagno ”U principuzzu nicu” – Versi in lingua Siciliana con traduzione a fronte.

A&B Editrice.

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Il principe di Salina diceva che “Una casa che non ha stanze ignote, non va abitata”. Trasferendo alla nostra terra il concetto, sappiamo il perché della nostra isolanità: ancora troviamo angoli nascosti. Come una nuova contrada scopriamo (santa ignoranza!) una grande prateria in Giovanni Calcagno. Facciamo ammenda.

Attore robusto e palmare, con una infinità di grandi esperienze, tutte positive. Necessita una molto ridotta elencazione. Cinema: Bellocchio, Scimeca, Martone, Garrone. Teatro: Martone, Pirrotta, Lo Cascio, Cuticchio, Scimeca. Tantissima TV, che per becero snobismo non elenchiamo. E poi ottime regie teatrali, laboratori, anche nel quartiere (difficile) catanese di Librino. Per meglio introdurre questa recensione, concludiamo con i due libri: “La reggia di Venere” e quello in epigrafe. Senza alcun dubbio, la passione, per il teatro e la cultura, muove l’uomo, nel fiore della vita. Passiamo all’opera letteraria.

Un altro becero preconcetto ci ha da sempre allontanato dal “Piccolo principe”, la semplice storia on the road (on the sky) era troppo lontana dalla militanza culturale della nostra gioventù, fatta di complesse scritture novecentesche da cui abbiamo attinto: Proust, Joyce, Beckett,  trovando inoltre, da sempre, grandiose affinità con la grande letteratura Russa, antica parente di quella Siciliana. E’ come se il “Principe” fosse rinato, anche nella nostra opinione.  Un motivo in più per dare  atto al lavoro di Calcagno. Prima di inerpicarmi, giro intorno alla vetta.

Fortuita e felice occasione ci hanno dato Giovanni e Fiorenza, presidio culturale nella Catania Barocca, con il pregevole “Reading” del libro con l’autore e gli interventi di Muriel Travaillard e Salvatore Ragusa. L’evento culturale, già nell’invito, ci ha avvicinato alla poetica di Calcagno “Alle radici del lavoro di de Saint-Exupèry”. La scelta della lingua Siciliana ha riportato in epoche ancora più a-storiche la vicenda del “Principuzzu”.

Possiamo finalmente liberare il concetto base: l’enormità della “traduzione” eseguita dall’autore, un vero e proprio poema in endecasillabi, dichiaratamente riferiti al sommo Dante. Un’idea rivoluzionaria: non solo la lingua Siciliana, ma la forma poetica di chi riconobbe la primogenitura della nostra lingua, nata alla corte di Federico. Un’opera granitica che diventa al contempo una pietra angolare di una nuova era e  forse una chiave di volta culturale del “secolo breve”. Una grandiosa prospettiva che già in teatro hanno tracciato splendidamente (con Calcagno) Lo Cascio e Pirrotta.

Ecco che la serata di presentazione è diventata uno spettacolo splendido, sobrio ed elegante, una vera rarità in un’epoca di sovradimensioni sboccate. La misura è pure la cifra dell’opera, come ci ha insegnato Sciascia: “La lingua è matematica”. La musicalità dell’endecasillabo di Calcagno ci ricorda la lezione di Pitagora, che ascoltando il suono di un fabbro mise le basi della musica di tutti i tempi. E se la poesia non è musica inutile prendere la penna.

Abbiamo letto, avendo nelle orecchie la voce dell’attore, è stato come una nuova opera, ma più nuova e più antica. Quale migliore risultato per la letteratura se non il gradito straniamento. Perdersi, ma in luoghi aviti, in pianeti nuovi e nella lingua dei nonni, delle fiabe e del sogno.

Grazie, veramente.

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