Cinzia BALDAZZI – Occupare una casa….(“Cose popolari” di e con Nicola Pistoia. Teatro 7, Roma)

 

Il mestiere del critico



OCCUPARE UNA CASA: TRA CHIAVI MAGICHE E PARETI DI CORDA

Tra occupazioni abusive e ripicche amorose, saggi consigli e slogan di lotta, si snoda la vicenda di Cose popolari, di e con Nicola Pistoia (al Teatro 7, Roma).

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Sono sempre stata convinta di quanto i complessi urbani e le abitazioni, lo suggeriva il sociologo francofortese Alexander Mitscherlich già negli anni Sessanta, siano «prodotti della fantasia e della mancanza di fantasia». Ne consegue, alla lettera, «un circolo fatale, tale da determinare un destino; gli uomini si creano nelle città uno spazio per la loro vita, ma non meno un ambito d’espressione con sfaccettature innumerevoli»; una simile atmosfera globale «determina il carattere sociale degli abitanti».

Composta “a sei mani” da Nicola Pistoia, Ariele Vincenti e Francesco Stella – in scena insieme a Giordana Morandini – Cose popolari è la pièce in cartellone a Roma, al Teatro 7, ispirata alla tematica attuale e critica dell’edilizia a basso costo, afflitta – è coscienza condivisa – da controversi e scoraggianti illeciti. In una zona disadorna, con l’ascensore fermo da mesi in attesa di essere aggiustato, iniziano a intrecciarsi storie modellari – pur caratterizzate – del sistema contemporaneo: un signore di una certa età, due giovanotti e una ragazza, in sintonia con le figure della celebre opera pirandelliana, sono alla ricerca di una sorta di Autore che, da umanità condannata ad essere indigente e anonima, li trasformi in “creature” bisognose di sollecitudine e riguardo personalizzato.

Mentre accedo all’accogliente foyer, e dopo aver riconosciuto in Nicola Pistoia – nella foto della locandina, con barba bianca – il protagonista di molti sceneggiati e film recenti (ha interpretato e diretto, nel 2001, Stregati dalla Luna), rifletto sullo scambio di vocabolo significativo e drammatico tra “cose” e “case” popolari del titolo dello spettacolo: di quali “cose popolari” si parlerà? Negli alloggi riservati ai meno abbienti, da dove proverranno le “cose” considerate “popolari” in senso autentico, o invece no? Presumo non sarà utilizzato l’elementare metodo di giudizio basato sulla distanza tra oggetti, o totem, per essenza poveri o non originali, ospitati in questi appartamenti, in confronto all’oggettistica in toto, patrimonio degli altri habitat, benché differenti tra di loro. La cosalità, infatti, da decenni ha una rilevante esistenza utopica e, rifiutando a priori di identificarsi con il contesto, in gran misura lo decide.

Anche se, in breve, il problema di un domicilio assegnato a chi non ha le possibilità economiche di sostenere affitti esosi, mutui e via di seguito, suppongo non sia in fin dei conti insito nella gamma di mezzi, indispensabili o gratificanti, adeguati a “riempirlo”: piuttosto, nell’essere la casa un’entità di importanza singolare. I margini del territorio in cui viviamo godono di un’enorme facoltà vitale e, in particolare, sono dotati di una robusta radice antropologica tramandata nei millenni. Nel libro Il feticcio urbano, Mitscherlich anzi precisa: «La proprietà privata, nonostante gli effetti talmente rovinosi per la comunità, è un tabù, un feticcio che nessuno ha osato toccare: nessuna delle assemblee legiferanti, nessuno dei partiti».


Seduta in platea, scorgendo l’allestimento di Morena Nastasi sono tranquilla, perché autorizzata a pensare gli autori coinvolti nella mia certezza: la scena vuota è, appunto, un metaforico e pregevole ridurre al minimo l’aspetto spazio-temporale dell’ambiente. Con coerenza, offre di potenziare in simboli la presenza, comunque precaria e d’antan, di strumenti-utensili in grado, come nel narrare fiabesco e di stregoneria studiato dal linguista russo Vladimir Propp, di divenire “oggetti magici”: la magia suscitata coincide, però sublimata, con gratifiche e condizionamenti dello status consumistico.

Ed ecco, a sinistra il pianerottolo, al centro l’ingresso, a destra i vani della residenza, luogo semantico della trama-intreccio. Fabio (Ariele Vincenti) non ha il denaro per comprare o affittare una dimora e, all’insaputa della compagna Patrizia (Giordana Morandini), trascina il cognato Stefano (Francesco Stella) nel disperato tentativo di insediarsi in una casa ormai libera. Nell’avventura illegale e, purtroppo, inevitabile, a coadiuvarli, nella missione da completare, sarà Mario Pisa (Nicola Pistoia). Nell’epos favolistico proppiano, un profilo così disegnato sarebbe situato tra l’aiutante (con lo scopo di appoggiare l’eroe, qui Fabio) e il donatore, forte del compito di preparare il protetto a vincere gli ostacoli incontrati e a fornirgli l’oggetto magico risolutore: nella pièce, è incarnato soprattutto dalla chiave del posto occupato. In un’atmosfera analoga, tre gradini (numero pitagorico) evocano le scale, alla porta alludono sottili infissi di metallo, valicati dai personaggi alla stregua di un’ipotetica anti-materia.

Il ruolo del donatore-aiutante, nella morfologia originaria del racconto ciclico, impone all’incaricato di sapere qualcosa sugli altri, ed è la serie di notizie acquisite (discorsi ascoltati di nascosto, litigi, pettegolezzi, segnali acustici, lamentele, calunnie) a renderlo all’altezza di influenzare l’esito del traguardo da raggiungere.

È quanto accade a Mario: motivando la necessità interiore e strutturale di chi vive accanto, spinge a ricordare l’opinione di Mitscherlich: «Il “vicinato”, questa parola intrisa di sentimentalismo, conserva ciononostante tutto il suo valore letterale. Senza un vicinato che influisca su un piano emozionale, non può sorgere un’umanità matura». I nostri “limitrofi” andrebbero quindi valutati in maniera funzionale, ossia riflettendo su quando e dove occorra a loro appellarsi, quasi fossero attigui alle esigenze immediate e individuali. «Nelle città, invece», prosegue lo psicologo sociale tedesco, «si fa ogni sforzo per soddisfare i vari bisogni prescindendo dalla comunicazione». Nel plot dello spettacolo, alla fine, il mitico Mario confesserà di non possedere un telefonino, del quale Patrizia, prendendo da lui il testimone di “donatore”, gli farà omaggio, considerandolo scelta obbligatoria per sconfiggere l’assenza di contatti.


A essere sincera, avverto lo sviluppo dell’opera abbastanza didascalico e, nelle pause tra gli accadimenti – pur proiettati nella fantasia della griglia proppiana – sono distratta dal loro messaggio denotativo e non da quello che, al contrario, è sempre il mio preferito tra le quinte: ovvero il segnale connotativo. Sebbene dalla gioventù sia stata addestrata (non costretta) a fruire con gioia e piacere estetico-formale dei drammi didascalici, ad esempio brechtiani, emblema di quei tempi e oppositori delle ridondanti concessioni tipiche della mise en scène borghese.

Per questo, senza dovermi “alienare”, apprezzo la reductio ad minimum della scenografia: il pavimento è lastricato di pancali da magazzino a coprire l’abisso, le pareti sono corde tese a rammentare il leggendario ponte intrecciato di funi per mezzo del quale l’eroe protagonista conduceva la bella fanciulla nel reame. Qua e là è disposto un tavolinetto con due sedie spaiate, al bordo estremo un “angolo cottura” con un tavolo semi-apparecchiato. Sullo sfondo è piazzata dapprima la nuda intelaiatura di un letto, in momenti successivi allestita e di nuovo spogliata nel culto ancestrale di un manifestarsi sessuale. Il sesto piano alla scala B dello stabile è pertanto una sorta di monolocale, attribuito in passato alla “signorina” Castrichella, deceduta novantenne in ospedale: previa mazzetta all’infermiere, Fabio è stato avvertito dal Braciola (“aiutante in absentia”), in modo da impadronirsene con un coup de force.

La porta – in realtà vuota, distinguendosi solo tubi metallici a indicarne la sagoma – sarebbe, nel concreto raffigurato, chiusa a doppia mandata: l’espediente della radiografia dello zio, infilata con delicatezza e accuratamente nell’interstizio, non basta a forzare la serratura, come fosse un iniziale “oggetto magico” mancato. Dall’ambiente indistinto dell’androne appare, provenendo, chissà, dal nulla, l’anziano Mario, il “vicino”, custode dell’edificio per investitura dei parenti e detentore delle chiavi di entrambe le scale: è lui a permettere a Fabio e Stefano di occupare il domicilio, abbandonato e privo di energia elettrica.

Nell’immortale volume Crepuscolo, il filosofo Max Horkheimer, commentando lo spazio sociale, afferma: «Per conoscere lo spazio in cui ci si trova, occorre percepirne i limiti. Di notte, quando non possiamo misurare con gli occhi le pareti della stanza in cui entriamo, possiamo muoverci lungo di esse procedendo a tastoni. Percepiamo, così, se questo locale è un salone tappezzato di seta con grandi finestre o una prigione con muri di pietra e con una porta di ferro». Gli abusivi esplorano al buio, evitano gli spigoli, toccano dove riescono, e vedono. È indiscutibile, però, con la luce intorno sarebbe più chiaro, perciò Mario si serve a mo’ di torcia di una lampada da comodino viola collegata al circuito dell’ascensore, fa da “guida” esibendo un lessico da venditore di immobili, rilascia consigli e sparisce.

Un soggetto assai stravagante, concordano i due giovani: «Quelli strani vivono da soli e sentono la musica classica». Perché li favorisce in maniera disinteressata? È la domanda di tutti, anche nostra.

Il giorno seguente, Stefano depone sulla rete un materasso (“familiare”, prestato della zia), Fabio le federe e i cuscini. Espletando nell’area dell’utopia, con mezzi attuali, la ritualità mitologica accennata, una volta commessa la trasgressione l’eroe in divenire, con l’illusione di tutelarsi dall’antagonista, firma un’autodenuncia “per emergenza abitativa”. Non sufficiente, sembra, poiché, appena tornato, subisce al cellulare la diffida di un avvocato degli alloggi popolari.

Sarà Mario, il donatore-aiutante stesso, a fornire all’Io narratore e a noi in sala, destinatari del messaggio, il dato allarmante di 8.000 locali “espugnati” con un atto illecito tra i 46.000 disponibili, un giro eccessivo di tangenti, un traffico articolatissimo di compravendite clandestine, coesistenti con gli sgomberi, la polizia, i picchetti degli sfrattati, nonni, genitori, bambini disperati. Liquidato da una multinazionale del ferramenta, Fabio si arrangia caricando i quarti di bue ai Mercati Generali e arrotondando con impegni occasionali da pittore e idraulico. Prova su di sè l’ipotesi formulata da Horkheimer: «Finché uno si trattiene nel mezzo della società, ossia finché occupa una posizione rispettata e non entra in contraddizione con la società, non percepisce gli aspetti decisivi della sua essenza. Quanto più si allontana dal centro sicuro, per la diminuzione o la perdita del patrimonio, delle conoscenze, delle relazioni, egli percepisce praticamente che questa società si fonda sulla negazione totale di ogni valore umano».

Cassiera precaria al supermercato e cantante in cerimonie e banchetti nuziali, scende in campo Patrizia, arrivando nell’appartamento ignara del gesto trasgressivo compiuto dal compagno: sinora lo ha ospitato in famiglia con il padre, contando di prolungare l’iniziativa se non fosse scaturita una via risolutiva legale per essere indipendenti; insomma, nessuna buona ragione per stringere i tempi e porsi fuori della legge. Il fidanzato riceve dall’ente un’ulteriore chiamata con la richiesta di trentamila euro per “chiudere un occhio”. Ascolto la voce impersonale e limpida di Mario lasciar trapelare il rischio di intervento dell’ordine pubblico.

Sono colpita, forse sorpresa, dal variopinto dialogo – nell’idioma romanesco del testo – degli innamorati “abusivi”, la sera prima di addormentarsi: l’unico fievole bagliore dell’abat-jour, nell’oscurità, enfatizza delusioni, bugie, frustrazioni. Allacciato l’impianto, la casa è “arricchita” di due lampadari kitsch scovati in cantina, omaggio affettuoso di Mario e della vecchia madre. Sono i totem deteriorati del consumismo originario: robusti bracci di legno con candelabri in cucina, un ovale pallido e goffo in corridoio.


Nel tentativo di agevolare il principale obiettivo da raggiungere, sostenendo la coppia nello spirito e nella fattualità immanente, Mario regala un televisore portatile a quindici pollici, “reperto archeologico” con antenna e tubo catodico: perché non dimentichino – e concordo – i mass media nell’èra dei loro giusti preliminari divulgativi. Agli elettrodomestici è aggregato il frigorifero, una minuscola ghiacciaia cromata sistemata con comodo sotto il tavolo. Nel condurre un’impresa è d’obbligo, per sopravvivere, alimentarsi.

La figura di Stefano, fratello di Patrizia e amico di Fabio, è potenziata nella seconda parte dell’intreccio. Autonomo, antagonista, black-block intento a spaccare vetrine, ha appeso al chiodo il passa-montagna grazie al fidanzamento con Bruna, un’avvenente hostess con il merito, sembra, di mantenerlo con lo stipendio di 2.300 Euro: al punto da consentirgli la guida di una vistosa monovolume e una motocicletta di alta cilindrata, fornita del casco giallorosso griffato con il “10” di Francesco Totti.

Patrizia, rimasta con Mario, ammette di temere il futuro, di coltivare una passione per le canzoni di Mina (comunque conserva in tasca i biglietti per il concerto di Tiziano Ferro), e confessa ancora molto di sé. Le memorie di Mario sono, come si dice, “un’altra storia”. Solitario, generoso, dall’eloquio corretto e forbito (professore di lettere, lo licenziarono a causa dell’essersi spogliato per protesta davanti agli alunni), tifoso juventino, descrive una routine quotidiana impiegata nel lavoro di dog sitter e nella mansione di compositore di puzzle per conto di gente incapace di incastrarne i pezzi. Si tratta di un’attività manuale non inserita nei prodotti di massa, e remunerata con prezzi variabili in base al coefficiente di difficoltà: ad esempio l’immagine immersa e confusa nel bianco, costituita da numerose tessere, di otto gattini indaffarati a giocare con i gomitoli dentro una cesta. La meritocrazia, scalzata dalla catena di montaggio e dal terziario, risorge nell’artigianato home made.

L’affascinante figura, provvista di un ruolo strategico nello sviluppo della vicenda – ricoperto dal protagonista con grande disinvoltura – svela un segreto: da giovane è stato paziente di un centro psichiatrico. Stretto un riservato legame con la coetanea Caterina, la donna, un giorno, parlando del reciproco amore, del giardino fiorito e splendido a lui concesso, con violenza repentina e inaudita si acceca strappandosi gli occhi e offrendoli all’amico: «Ecco, Mario, il mio giardino».

Il resto dell’esistenza, per l’uomo, è proseguito dedicando una cura maniacale alla raccolta differenziata (è importante: «Carta con carta, metallo con metallo»), ascoltando le melodie del prediletto Mozart, non ignorando una parola delle confidenze tra i vicini. Ne intuiamo il movente: vuole aiutarli. Un mattino, però, avvisato per telefono, a bordo della sua 126 corre fino a Venezia, dove Caterina è ricoverata: ha espresso il desiderio di incontrarlo.

Insultato da Fabio e accusato di “campare a sbafo”, Stefano crede di riscattarsi difendendo una manifestante picchiata dai celerini. Rientrato con una larga benda sulla fronte per non aver schivato una manganellata, rivela di aver lasciato la bella e agiata Bruna. In cuor mio, non sono certa lo abbia fatto rispondendo a uno spontaneo bilancio tra emotività e pragmatismo.


Dopo le telegrafiche notizie comunicate da Patrizia a Fabio («Ti voglio bene», «Mi manchi», «Sono incinta»), l’abbraccio pacificatore è purtroppo interrotto dalle grida degli inquilini dell’edificio: i poliziotti sono sul posto in attesa di irrompere. I tre, allora, appaiono in scena in posa plastica e a pugno chiuso, intonando all’unisono lo slogan «La casa è un diritto, non solo di chi è ricco». Guardandoli, sono proiettata con nostalgia nell’adolescenza.

Prima del riaccendersi delle luci in sala, la ragazza, andandosene, rivolge uno sguardo premuroso al malinconico Mario, promettendo: «Se è femmina, si chiamerà Caterina…».

Di nuovo in strada, guardo intorno, pur sospesa nell’attesa suscitata dall’ultima battuta. Ripenso alle tante riflessioni dell’illustre Horkheimer sul sistema delle élite al comando: «Essi sono abituati, sin dall’inizio, a soffocare, con la brutalità, la cattiva coscienza che provano al cospetto della classe dominata». Condivido dunque, a pieno, anche un suo cinico suggerimento rivolto a quanti sono in posizione di svantaggio, per trattare au pair con i padroni: «Se vuoi ottenere qualcosa, devi poter battere loro sulla spalla, come fossi uno dei loro».

“Volere è potere”: l’hanno dichiarato in molti, speriamo siano nel giusto.

 

COSE POPOLARI

di Nicola Pistoia, Francesco Stella, Ariele Vincenti

regia Nicola Pistoia

con Giordana Morandini (Patrizia), Nicola Pistoia (Mario Pisa), Francesco Stella (Stefano), Ariele Vincenti (Fabio)

scene e costumi Morena Nastasi – disegno luci Francesco Barbera – luci e fonica David Barittoni – aiuto regia Emanuele Guzzardi – costruzione scena Sandro Giombini – grafica Marco Animobono

il brano Case popolari è di Emilio Stella

foto Fabrizio Catarinozzi

ufficio stampa Daniela Bendoni

Author: admin

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