Matteo TONNICCHI – “La leggerezza” (racconto breve)

 

Io scrivo


LA LEGGEREZZA




Il concerto stava per iniziare.
Sulle pareti, sopra la calda tonalità del legno di ciliegio, la luce che carezzava la lacca andava smorzandosi. Con fare grave, l’oscurità prendeva il posto della penombra, mettendo a tacere il chiacchiericcio nella sala: si andava a raccogliere in solenne attesa attorno al cono di luce, al centro del palco, dove si ergeva un grande pianoforte a coda nero.
In quel chiarore, dalla tenebra, emerse una campitura verde: colore pieno, prese le sinuose forme di un grazioso corpo femminile. La ragazza fece un inchino verso il pubblico: il fermaglio di brillanti che le tratteneva i boccoli castani sembrava crepitare, nel suo scintillare.
«È molto graziosa, questa esordiente» sussurrò uno dei maestri al direttore del conservatorio, sorridendo compiaciuto. Quello storse appena la bocca nell’udire queste parole; non si voltò nemmeno, e il suo viso non cedette minimamente quando ella, regalato alla platea un sorriso di una incantevole timidezza, si sedette con eleganza allo strumento.
“Studio da Concerto numero due di Liszt,” pensò lui, “il mio pezzo. Mi chiedo se questa ragazzina sia cosciente dell’arroganza di questa scelta, nel presentarsi a questa accademia”.
Le agili braccia di lei iniziarono a muoversi delicatamente sulla tastiera.
“Impeccabile introduzione. Da manuale. Troppo da manuale: già immagino il resto,” commentò lui severamente, dentro di sé.
Poi, l’inaspettato: alla prima variante del tema, la sonorità si flesse dolcemente in una consistenza più morbida; i pedali del sostenuto e una corda iniziarono ad alternarsi in modo inaudito, mentre le note ausiliarie assumevano un finissimo e sussurrato timbro cristallino; gli armonici di queste, intrecciandosi in un soffio quasi inudibile con la melodia, lasciavano un eco rarefatto di voce umana.
“La Leggerezza” non era più il titolo apocrifo di quel brano: era ciò che, dopo tanto tempo, stava accelerando l’algido cuore nel petto del direttore. E mentre il pianoforte così cantava, lui notò improvvisamente che le bianche braccia di lei erano scoperte; mentre la qualità cristallina del suono si insinuava sottile nel suo senso, dolcemente inebriandolo, lui notò improvvisamente che il velo soffuso di luce era l’unico invisibile manto sulla schiena di lei, altrimenti completamente nuda; mentre la scia di armonie iridescenti persisteva per svariati secondi, nel silenzio successivo al dissiparsi degli accordi finali, lui notò finalmente che i boccoli le sfioravano morbidi la pelle tesa del collo e le labbra piene, delicatamente vellutate.
Il direttore si rese conto di non avere più udito, ma solo occhi, per lei; rimase muto e non si mosse, quando venne riportato alla realtà dallo scrosciare degli applausi.

«Di nuovo qui?» disse il Maestro al direttore, a una delle numerose repliche del concerto organizzate in seguito, a grande richiesta del pubblico.
«Questa ragazza sta avendo un successo incredibile, e ancora non ho sentito un singolo giudizio sulla sua esecuzione, da parte sua. Non un singolo cenno» aggiunse.
«Eppure questo è il suo pezzo: quello che lei interpretò così magistralmente, ai suoi esordi, da convincere tutti che nessuno la avrebbe mai eguagliato, signor direttore» insisteva il Maestro sui silenzi dell’altro, senza smettere di sorridere malizioso.
Nel suo status di austero esegeta, di esteta dell’assoluto, il direttore era considerato immune a frivoli guizzi sentimentali. Gli era evidente come, sottinteso in quelle domande, ci fosse un certo divertimento all’idea che il suo sussiego stesse cercando di nascondere una ribollente invidia.
Nessuno immaginava che il direttore fosse lì ogni volta, in prima fila, soprattutto per lei, non solo per la sua musica; che egli richiedesse un posto leggermente a destra non per nascondersi alla vista le mani dell’interprete, ma per poterne contemplare il viso. Quel viso che, come fosse un eterno ricorrente debutto, raccoglieva ogni volta gli applausi finali dolcemente smarrito.
Dopo l’ultima replica, il direttore si ritirò a lungo dalle scene. Molti richiesero insistentemente la risposta agli incanti di quella esecutrice, invano. Chiuso in casa a straziarsi sul pianoforte, egli non aveva alcuna idea su come avrebbe fatto a reinventarsi per tornare in auge.
Suonando, non vedeva più tasti bianchi, ma dita leggere, quelle di lei: le carezzava e premeva sotto le sue, nel desiderio di allacciarle. Non ascoltava il suono vibrare dalle corde bronzee nella tavola armonica, ma da ciocche di capelli castani, trattenute non da viti e sostegni, ma da fermagli di brillanti. La vernice nera della cassa gli sembrava tingersi di riflessi verdi: in essi vi vedeva occhi dolci, bocche morbide, che si contraevano negli accordi più passionali, si rilassavano soavemente nei passaggi colmi di bruma sonora.
Poi, l’inaspettato: una sera dolcemente maledetta, vide l’intero strumento farsi corpo di lei, spogliato di ogni materia, di ogni veste, e sovrapporsi a lui. Adesso, con facilità, egli riusciva a imitare perfettamente quel gioco innocente di senza sordina e una corda; ma lo faceva violandolo con voluttà, inserendo note virili e calde al basso.
Aveva raggiunto una nuova maestria, che diventò per lui non solo una dipendenza, ma una necessità primale: non smetteva più di cercare appagamento nel ripetere all’infinito quell’arte conquistata; lasciare libero quel canto, a suo comando, e soggiogarlo, assorbito dal suo effetto.
Suonava, suonava come non mai, posseduto dal piacere di possedere.

Fu un trionfo: il direttore ebbe la sfacciataggine di scegliere la stessa sala, lo stesso repertorio di lei, regalarle un posto in prima fila. Soprattutto, non ebbe alcuna vergogna nel ripetere quell’atto così intimo davanti a un pubblico.
Più gli uditori avevano l’orecchio fine, più la tensione li rapiva in una viscerale ipnosi: registro grave e acuto si andavano incalzando, ansimando armoniosamente in un regolare, frenetico movimento; allacciati stretti, energicamente, raggiunsero il culmine, esalando un riverbero più forte in una vertigine di abbaglianti note; poi fecero una pausa; rimasero in silenzio, compiacentemente esausti, prima di una discesa morbida ed estatica negli accordi finali.
Ancora prima che il suono venisse smorzato, l’applauso esplose incontrollato. Solo lei rimase immobile, sconvolta, abbracciandosi il corpo: le veniva istintivo accertarsi di non essere stata spogliata per davvero. All’arrivo delle imploranti richieste di bissare rivolte al palco, la ragazza si alzò e uscì dalla sala a passo veloce, tra la perplessità generale.
Il direttore sentì il cuore lacerarsi mentre, amorosamente trepido, sognava di rivolgerle il comando di fermarsi, senza osare.
Egli si sedette nuovamente al pianoforte, facendo piombare il silenzio nella sala; tutti erano ora in impaziente attesa del bis.
Lui sorrise teneramente: senza di lei, aveva dimenticato ogni nota.

 

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