Daniela VIGLIANO – “La zattera della Medusa” di Théodore Géricault (racconto su quadro)

 

Racconto su quadro

 


LA ZATTERA DELLA MEDUSA

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Me lo tengo stretto al petto il mio piccolo Raja. Ha sei mesi e suo padre ed io abbiamo voluto chiamarlo così, Raja, perché il suo nome significa Speranza. Quella che sta dando la forza a me, con lui, noi due soli ormai, di cercare oltre il mare una vita migliore, una vita che si possa chiamare tale. Lo portavo ancora dentro di me quando decidemmo il suo nome e nessun altro ci è parso più giusto.

Suo padre è morto da quattro mesi, ucciso dalle torture dei libici, in quel lager dove siamo rimasti un tempo infinito in attesa di partire. Ho creduto di morire di dolore, ma è stata più forte la vita che cresceva in me e sono riuscita a sopravvivere.

Ora siamo qui, su questo barcone, insieme a centinaia di compagni di fuga. Scappiamo lontano da quel che abbiamo lasciato, dalla nostra terra, per trovare un po’ di pace. Non conosco nessuno di loro, vengono da ogni parte dell’Africa e dell’Asia, hanno traversato paesi e deserti, parlano lingue che non capisco, ma ora siamo tutti insieme, fratelli con lo stesso destino.

Siamo talmente tanti che non riusciamo quasi a muoverci e lo scafista non ci pensa due volte a bastonare chi cerca di avere un po’ più di spazio o gli grida contro per protestare.

Nel grembo della notte si sentono le sue urla rabbiose, i colpi sordi del suo bastone, gli schiocchi veloci delle scudisciate che lacerano la pelle lasciando cicatrici e lacrime.

Raja si è svegliato e frigna. Quasi sembra abbia capito che qui sopra non si deve far troppo rumore per passare inosservato ed essere più al sicuro. Ha fame. Lo attacco al seno e lui, completamente soddisfatto, sembra che sorrida. I suoi occhi neri, nonostante il buio della notte, mi guardano risplendendo.

Lo so, piccolo mio, che non dovresti essere qui, con me, a scappare per poter vivere. Ma io saprò difenderti e tra poco saremo in salvo: qualche ora e arriveremo alle coste italiane. Lì, ormai, saremo al sicuro. Arriveranno altri problemi per noi, ne sono certa, ma sono pronta a tutto pur di scappare da quella che non può più essere la nostra terra.

Sembra si stia avvicinando una nave. In molti stanno dicendo che gli italiani sono venuti a prenderci, per sgravare dal peso eccessivo questo barcone pieno di persone.

All’improvviso sento la barca oscillare paurosamente: la maggior parte di noi si è spostata verso una fiancata, quella del lato del mercantile, per farsi vedere dai soccorritori, per gridare nella notte “Siamo qui! Salvateci!”. Tutti si stanno agitando, tutti urlano, tutti si sbracciano e il barcone si muove paurosamente, è troppo inclinato, sembra che si ribalti!

È silenzio, quando sopra di noi si chiude il mare, lo scafo capovolto sui nostri corpi.  Stretto al mio seno, Raja è immobile, ha gli occhi chiusi e sembra che dorma. Io sento mancarmi le forze, il mare mi sta inghiottendo.

Centinaia di corpi ora galleggiano sopra il pelo dell’acqua, liberi ormai dalle loro pene, dalla guerra, dalle torture.

C’è un dio che accompagna i migranti nella loro fuga verso la libertà?

Author: admin

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