Cinzia BALDAZZI – Sogni ad occhi chiusi (“Calderon” di P.P. Pasolini con S. Lombardi regia F. Tiezzi)

 

Il mestiere del critico



SOGNI AD OCCHI CHIUSI



Lombardi e Tiezzi portano in scena Calderòn, tragedia pasoliniana ambientata nella Spagna franchista – Al Teatro Argentina, Roma

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Nel foyer del Teatro Argentina, dove arrivo in ritardo, ritrovo nella folla Rosanna Vaudetti, una delle mitiche “signorine buonasera”, ora divenuta una bella signora di una certa età truccata, perfettamente pettinata, abito color cammello, rasserenata ma un po’ perplessa come fosse in attesa di annunciare qualche evento. Chiaro, né Pierpaolo Pasolini, né Federico Tiezzi, tantomeno Pedro Calderòn de la Barca, con le loro opere, appaiono ospiti frequenti degli schermi televisivi italiani.

Eppure l’incontro con la Vaudetti, il suo essere per me simbolo di annuncio di spettacolo, sin da bambina, conserva un valore rivelatore di buon auspicio. Meglio, lascia trapelare una traccia di mistero, confondendo le mie aspettative e trasmettendo un significato ancora da decifrare. E, piccolo e unico anticipo di conferma, chiarisco: le sequenze della pièce Calderòn saranno intervallate da vari secondi di buio in sala, quasi un teleschermo vuoto. O spento.

Ciò nonostante, in attesa di assistere al debutto dell’opera pasoliniana, nella drammaturgia di Sandro Lombardi, Federico Tiezzi e Fabrizio Sinisi, mi sento abbastanza tranquilla: pur non essendo lettrice abituale di Calderòn de la Barca, conosco abbastanza bene la concezione di Pasolini sul genere tragedia e, comunque applicata, a qualsiasi testo (al cinema, con la Medea di Euripide e l’Edipo Re di Sofocle), penso di poterla apprezzare e interpretare. Nel pomeriggio, però, leggevo, chissà perché, proprio alcune righe – a mio parere discutibili – all’interno di una lunga risposta indirizzata, nel novembre 1973, ad Adriano Sofri, in merito all’opera. Precisa lo scrittore:

“Il risultato di una convenzionale, approssimativa, banale, e quindi mitica e irrazionale, idea del Potere, ha fatto sì che l’azione politica contro il Potere – accanto ai caratteri di originalità e di necessità insiti nella propria natura – accumulasse anche i caratteri «negativi» del nemico: non si può condurre una lotta intelligente contro un nemico considerato irreparabilmente stupido”.

E sì, inutile negarlo: non condivido una simile premessa. Ho coltivato, progressivamente, una formazione vicina al teatro epico di Bertolt Brecht: vestire i panni del nemico potrebbe essere una strategia efficace! Tuttavia non perdo il coraggio, consapevole di quanto Pasolini, in sintonia con molti grandi artisti, spesso sviluppi una poetica non sottomessa gerarchicamente alle dichiarazioni programmatiche. Basti pensare alle modalità in cui ha discusso e gestito l’omosessualità.

Su una splendida scena, ecco la prima rivelazione. Indossando un costume di rara bellezza, da fool shakespeariano, entra l’attore Sandro Lombardi. Temevo di non riconoscerlo in scena, sotto il pesante make up, invece non è affatto cambiato: è lui, con quel viso, quella fronte sfuggente, che forse volutamente impediva allo spettatore di inquadrarlo in una prospettiva risolutiva di profondità scenica. È il fondatore, con Federico Tiezzi e Marion d’Amburgo, dell’indimenticabile gruppo sperimentale Magazzini Criminali, all’alba degli anni ’80, nonché il principale interprete. Avvicinandosi a noi, dichiara:

“Solo le persone sane e senza dolore possono vivere rivolte verso il futuro! Le altre – malate e piene di dolore – sono lì, a mezza strada, senza certezze, senza convinzioni e magari tuttora, almeno in parte, vittime del conformismo e dei dogmi di una storia ancora più vecchia, contro cui hanno tanto combattuto: e, se poi partecipano alle nuove lotte, lo fanno senza fiducia, senza ottimismo, e con le bandiere che penzolano come stracci. Così, almeno, nella nottata del 1967”.

Siamo dunque nel 1967, a tre anni dall’uscita della canzone The Times They’re A-Changin’, veicolo di un messaggio analogo. Me ne sto occupando in questi giorni, avvicinandosi il settantacinquesimo compleanno di Bob Dylan. Ed è la seconda, e di per sé conclusiva, rivelazione. Alessandro Carrera, uno dei migliori traduttori e studiosi di Dylan, professore di italiano all’Università di Houston, ha messo in evidenza, documentandola, l’affinità tra l’autore di Calderòn e il cantautore statunitense. Con una doverosa premessa (entrambi interpretavano “i mutamenti degli anni sessanta più con l’istinto che con la ragione”), precisa: “nessuno dei due ha mai potuto fare a meno di tradire incessantemente tutti coloro che credevano di averli inchiodati al muro, di averli dalla loro parte, di averli assimilati alla loro causa, fosse quella della nuova sinistra o della nuova destra, dei radicali europei o degli evangelici californiani”. Di conseguenza, non scambiamo sorprese con contraddizioni.

Finalmente, ho compreso dove mi trovo: in una spazio-temporalità in continuo progress, tra la fine del ‘600 con il siglo de oro spagnolo, e l’epoca franchista del secondo dopoguerra, tra Federico Lorca, Thomas Eliot, Paul Claudel, il maggio ’68 e la poetica pasoliniana. “Una sorta di permanente occasione mai realmente accolta”, annota il drammaturgo Sinisi, e del resto Dylan avvisava: nel tempo non c’è posto per nulla di permanente. Ogni progetto, appena compiuto, avrebbe dato segni di inadeguatezza. Analogamente, appunto, fra le pareti del palcoscenico, ricoperte da una fitta cortina di mattoncini grigi, interrotti da lesene e cornici, con un altissimo finestrone sul lato destro, niente è già stato: una prigione? un convento? un manicomio? Forse nessuno, probabilmente tutti e tre: alla scadenza dell’uno, subentra il successivo.

Al centro del pavimento, delimitato da righe geometriche di gesso, da campo di basket o area di rigore, è collocato un letto di ferro, su cui è adagiata la protagonista, pare, addormentata. La donna, Rosaura, durante la trama-intreccio, incarnata da diverse attrici, interromperà tre volte il sonno per tornare alla veglia in altrettanti contesti differenti – sempre sconosciuti, rimaste inconclusi – e non in grado di ricordare i lunghi sogni interrotti. Unici dati indiscussi, l’hic e il nunc: la Spagna nell’estate del 1967, nel trionfo del franchismo.

Il colpo d’occhio, la prospettiva attribuita agli eventi rappresentati, lo ripeto, è affascinante. Emoziona, un po’ spaventa, nella sua mancanza di spessore prestabilito: è il muro di cinta, invisibile ma mortale, a confine del destino della donna di cui si narra la triste vita. La compatisco, e non saprei consigliarla, né cosa augurarle: lei si differenzia in maniera assai convincente, anche se addolorata e coercizzata, in ogni dimensione risulti immersa. La compiango, in parte la ammiro.

Quando è la rampolla adolescente di ricchi landlord madrileni aristocratici, cattolici, fascisti, accogliamo il loro monito: “Noi siamo tutto ciò che può essere”. Qui non agiscono i genitori dylaniani, rimproverati ed esortati a non criticare, nei figli e nelle figlie, quanto non possono capire. Perché da capire (se si può, oltrepassando la celebre canzone), c’è ancora di meno, poiché a non comprendere i ciclici cambiamenti è proprio lei, la fonte del messaggio. La madre Lupe e il padre Basilio, ingolfati in meravigliosi abiti neri, luccicanti di paillettes e dai riflessi argentei – lei coperta da uno scialle con estremità a lanterna, lui in lungo mantello a losanghe bianche e nere – sono figure inquietanti dal viso spalmato di cerone bianco, con acconciature ghiaccio, vaporose, posticce.

Quando Rosaura confessa a Stella di non sapere dove sia, e la sorella risponde “Facciamo finta di fingere che tu non riconosca questa casa”, è perché Stella conosce la risposta: “la linea è tracciata, la maledizione è lanciata” – si canta in The Times – e “il più lento adesso, sarà il più veloce poi”. Quindi Rosaura, afflitta da una mente problematica, più tardi comprenderà la realtà in atto o in avvicinamento, più veloce sarà a poter almeno tentare, al seguente svelamento, di poterla sfiorare. L’arrivo del conoscente Sigismondo cambia il corso degli avvenimenti. Uomo di vita, viaggiatore, si vanta di essere coetaneo dell’amico Luis Bunuel e di aver frequentato Rafael Alberti a Roma, nell’angolo di Trastevere tra via Garibaldi e il palazzetto della Fornarina. Il suo volto, non diversamente dagli altri, è bianco, pallido, novello Joker con due lacrime celesti a punta a scendere sotto gli occhi.

Ex contestatore del regime, di nuovo in terra iberica, cita Picasso e Machado. Per Rosaura, innamorata, è un amore impossibile, e non solo perché antifascista: Sigismondo è il padre, avendo in gioventù preso donna Lupe con la violenza. I genitori decidono l’interdizione della ragazza (“E’ matta per amore”) e la ricoverano nella Casa del Corpo Divino, la cui insegna al neon campeggia sullo sfondo simile a un motel. Dal nulla, all’improvviso, arriva in visita Sigismondo: sarà trascinato via, terrorizzato dal subire (in una sorta di transfert freudiano uomo-donna, passato-presente) la medesima sorte dell’omonimo principe il quale, nella tragedia ispiratrice La vita è sogno di Pedro Calderòn de la Barca, è lui a essere rinchiuso dal padre in una torre.

Il secondo risveglio coglie Rosaura trentenne, ormai donna, e non siamo nella reggia scherzosamente appellata “Palazzo d’Inverno”, bensì in una miserabile baracca di Barcellona chiamata “la Fogna”, con i fratelli emigrati all’estero, la madre assente, il padre alcolizzato. La modalità è la solita: è smarrita, ha perso la memoria. Insieme alla sorella Agostina, si prostituisce in un bordello. Le acque sono ormai alte, e la poveretta vorrebbe invocare la gente intorno a riconoscerlo, prima di affogare: “fareste meglio a incominciare a nuotare o affonderete come pietre”, canta la strofa dylaniana. Ma lei non sa nuotare, e nei “tempi cambiati” è necessario saperlo fare per salvarsi. Subito dopo, infatti, eccola invaghirsi di un giovanissimo cliente, Pablo Ortega y Frías, nel giorno del suo sedicesimo compleanno. In seguito scoprirà, però, di trovarsi davanti al figlio. Giovanissima, fu anche lei posseduta a forza da Sigismondo, e il neonato venduto a una coppia.

Simbolo di tale personalità multipla (fratello-figlio-amante), Pablo indossa un costume di Arlecchino, misero e striminzito, a rombi colorati e feluca nera. Si sente diverso dagli amici: loro leggono Lorca, Alberti, Calderòn, Machado, lui si colpevolizza per aver studiato i Grundrisse di Karl Marx e Herbert Marcuse. Soprattutto, è amico di un certo Velázquez: l’adolescente cita il celebre pittore Diego Velázquez, il cui quadro Las Meninas entra nell’intreccio di Calderòn con l’anello di famiglia proveniente direttamente dalla damigella dipinta sulla tela.

Al nuovo ingresso, solo al centro del palco, Basilio indossa un impeccabile completo veneziano, dalle scarpette a mezzo tacco con fibbia fino al collare a sbuffo, con maschera di Carnevale. Chiama i due “sicari”, Melainos e Leucos, uomini-cani a quattro zampe, inguainati dai piedi alla testa in puro stile bondage: sembrano quasi uscire dagli spettacoli “storici” dei Magazzini Criminali, generati dalla terra per cercare di alzarsi prima di essere rigettati giù dalla violenza, dall’alienazione capitalistica, dalla prepotenza umana. Un’ulteriore segnale luminoso informa sul luogo della vicenda: i Muraglioni del Cimitero. Rosaura è stata internata in una struttura sanitaria gestita da suore e sottoposta alla cura del sonno.

Al terzo e conclusivo risveglio, Rosaura, ormai sessantenne, ha accanto un’infermiera, la sorella Agostina: “Portami un cuscino, amaro, e un caffè, ma soffice”. Malata, colpita da disturbi del linguaggio, riceve la visita di Basilio, in abiti borghesi, pronto a informarsi sullo stato di salute della donna fatta rinchiudere nell’ospedale psichiatrico. Il dottor Manuel non ha dubbi: “L’afasia può spiegare tutto. Legga Roman Jakobson…”, e integra con Freud: Rosaura nega linguisticamente il mondo perché lo ritiene troppo crudele.


Basilio non è più padre, bensì marito. “I vostri figli e le vostre figlie sono al dì la dei vostri comandi”: lei, sin dall’inizio, infatti, è stata incolpata di tradimento degli ideali borghesi. Ma adesso, “la vecchia strada sta rapidamente invecchiando” (continua Dylan): da figlia diventa moglie, consorte di un uomo al quale sono cambiati i tempi intorno: scioccamente premuroso, non fascista, benpensante, conformista, ligio al potere. Per festeggiare la dimissione della moglie, Basilio convoca i familiari intorno a un tavolo elegantemente imbandito: in piedi, con la stola bianca, è l’officiante di una riunione di famiglia in cui Rosaura è sdoppiata in moglie e figlia, Sigismondo padre e spasimante, egli stesso padre e marito: in una dialettica negativa a doppio senso, emerge un quadro degno delle celebri sequenze del bunueliano Fantasma della libertà.

Dall’esterno giungono i rumori di un corteo di protesta: “Ce n’est qu’un debut, continuons le combat…”, il grido degli studenti che il 7 maggio del ’68 risalivano gli Champs Elisées manifestando contro il generale De Gaulle. Il menestrello l’aveva presagito pochi anni avanti: “c’è una battaglia fuori e sta infuriando, presto scuoterà le vostre finestre e farà tremare i vostri muri perché i tempi stanno cambiando”. Al tavolo, appena giunto dalla strada, si unisce il giovane Enrique, con camicia rossa: materialista, riflessivo, confuso, comunica con Rosaura, finché cadono entrambi in un sonno profondo, accasciati sul tavolo.

Da quel sonno, Rosaura uscirà una quarta volta. Ora ricorda il sogno, purtroppo però coincidente con la peggiore delle condizioni circostanti: magra, emaciata, ridotta a un cumulo d’ossa, vicina alla morte, è prigioniera in un lager nazista. Il grido di speranza nell’intervento del popolo comunista, in marcia con le bandiere rosse, pronto a liberare i disperati rinchiusi dalle SS e a sconfiggere le prevaricazioni del potere, è stroncato sul nascere da Basileus: è un sogno, non sarà mai realtà. All’inizio di questo Calderòn, riflettendo sul potere aveva proclamato: “Chi vince è un idiota, ma anche il perdere sempre è una bella disgrazia”.

Tentando di non replicare l’esempio né dell’uno né dell’altro, esco dalla sala arricchita, non sopraffatta, da numerose citazioni e rimandi, in un calderone dialettico ininterrotto, e ho un sospetto: la Vaudetti era forse lì per annunciare qualcuno o qualcosa. Poi ha deciso di tacere perché, come scrive Fabrizio Sinisi, drammaturgo di Calderòn, Pasolini “suggerisce una nuova idea di personaggio di poesia”, antipsicologico, “che caratterizza l’essere umano e lo sbalordisce”. E la sorpresa, dunque, di cosa accade nell’essere “parlati” mentre siamo “attraversati dal mondo”, non va annunciata.

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Calderòn

di Pier Paolo Pasolini

regia Federico Tiezzi

drammaturgia di Sandro Lombardi, Fabrizio Sinisi e Federico Tiezzi

con Sandro Lombardi (Basilio), Francesca Benedetti (donna Lupe), Graziano Piazza (Sigismondo/prete), Camilla Semino Favro, Arianna Di Stefano, Sabrina Scuccimarra, Silvia Pernarella, Ivan Alovisio, Lucrezia Guidone, Josafat Vagni, Andrea Volpetti, Debora Zuin

scene Gregorio Zurla, costumi Giovanna Buzzi e Lisa Rufini, luci Gianni Pollini, movimenti coreografici Raffaella Giordano, canto Francesca Della Monica, assistente alla regia Giovanni Scandella

la canzone “Ahi desesperadamente” è stata appositamente musicata da Matteo d’Amico

produzione Teatro di Roma e Teatro della Toscana

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