Giuseppe CONDORELLI- Ipotesi: Nino Romeo si ispira a Kurosawa?

 

Angolazioni

 


IPOTESI: NINO ROMEO SI ISPIRA A KUROSAWA?

 

“Cronica” e le sue assonanze con “Rashomon”

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Una “Rashomon” tutta metropolitana (comunque ‘debitrice’, a noi pare, del film di Kurosawa e dei racconti di Akutagawa), declinata lungo frammenti sonori di ordinarie singolarità: lo sboccato espressionismo verbale di un “custureri”, a contrastare i suoi gesti esatti e silenziosi; la prosopopea di un commissario di polizia napoletano; la praticità comunicativa spicciola e furbesca di una casalinga; il logorroico, insopportabile, burocratese di un carabiniere scelto; l’annoiata retorica di un prete dal pulpito; l’appassionato j’accuse dello “scemo” del paese.

Tutte le loro vite, la loro lingua, le loro parole soprattutto, attraversano trasversalmente la “Cronica” – l’omonimo atto unico che Nino Romeo ha presentato sui legni del Teatro del Canovaccio – ovvero l’efferato matricidio compiuto da Filippo, protagonista-personaggio immanente, mai in scena, la cui figura rivive solo attraverso l’ottica e il parlato di chi ne racconta, appunto, la “cronica”.

Nella disperata necessità di “dire” – e quindi di essere, in un modo o nell’altro – e dunque nella disperata necessità del Teatro e della umana rappresentazione, crediamo si articoli il senso di questo straordinario lavoro di Romeo, a trent’anni dal primo allestimento.

A dare voce e spessore mimico a tutti e sette personaggi uno strabordante Angelo Tosto (foto in alto), capace di misurarsi con la girandola dei caratteri con una aderenza impressionante, di passare dal registro comico a quello sarcastico, da quello brillante a quello drammatico – i cui confini sono sistematicamente delimitati dallo squillo perturbante di un telefonino-demiurgo – con la naturalezza di un mattatore: e l’ovazione che alla fine la platea, giustamente, gli tributa, vale più di ogni altro commento.

Nel crescendo di queste scaglie di verità, mai piena, mai compiuta, mai se stessa, si sale dalla vertigine degli slang, con tutte le loro inflessioni, alla purezza espressiva del dialetto, l’unica parlata priva di sovrastrutture: la lingua aliena, la lingua-lingua così cara e così dolorosamente presente nel teatro di Nino Romeo. E non è certo un caso che il regista catanese individui proprio nel “matto” – il diverso, l’emarginato, il “vinto” – il personaggio cui spetta il compito di ri-aprire il senso della vicenda e della vita stessa di Filippo.

Quel matto – nella cui “birritta” potrebbe benissimo trasfigurarsi il segno di un contemporaneo Micio Tempio – si fa allora il portatore sano dell’eversione linguistica: per il Folle-Romeo il dialetto è la lingua della autenticità, l’unica in grado di aprire “uno squarcio nella lingua di tutti i giorni” per narrare il mondo in maniera diversa.

Le stesse musiche che una radio crepitante diffonde per tutta la rapprsentazione non si limitano ad un semplice accompagnamento al linguaggio ma ne rappresentano la sua moltiplicazione.

Alla fine, sugli stereotipi della lingua, dietro i quali incombono quelli sociali, sulla presunzione di “leggere” la vita e la terribile azione del povero Filippo, rimane solo il ghigno finale del reietto che ci lascia solo il suo sguardo, sdegnoso e terribile.

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