Cinzia BALDAZZI – La “minima morale” di Mickey Ross (“China Doll” di D. Mamet con E. Pagni)


Il mestiere del critico


 

LA “MINIMA MORALE” DI MICKEY ROSS

Anteprima nazionale di China Doll, ultimo lavoro di David Mamet, con Eros Pagni nel ruolo già sostenuto da Al Pacino a Broadway – Al Teatro Eliseo, Roma


a mio padre Sergio


Quasi in conclusione della stagione romana, il Teatro Eliseo è in festa, con il direttore Luca Barbareschi elegantissimo a presentare la serie di eventi dedicata al drammaturgo statunitense David Mamet: dalla “prima” nazionale di China Doll, in cartellone fino al 24 aprile, alla ripresa autunnale con due debutti, ovvero Glengarry Glen Ross e American Buffalo. Nella folla assortita, oltre l’affascinante Edoardo Sylos Labini, mano nella mano alla giovane compagna, e vari colleghi-amici conosciuti da giovane, incontro l’ancora bellissima Daniela Poggi, Valeria Ciangottini, Maria Rosaria Omaggio, la mia favorita Giovanna Ralli, l’immancabile signora Manfredi, donna di classe e autentica appassionata di spettacolo. Ho incrociato anche Anna Bonaiuto, giovanile come mai, e dal mondo televisivo ecco il terribile Sandro Ruotolo (ex-braccio destro di Michele Santoro) e Rosanna Cancellieri, professionista sempre gentile, disponibile, rassicurante.

Infatti, questa sera sono abbastanza rilassata, accomodata in poltrona ad assistere a China Doll, l’ultima opera di David Mamet concepita per Al Pacino e di recente andata in scena al Gerald Schoenfeld Theatre a Broadway. Qui, a Roma, è allestita secondo la regia di Alessandro D’Alatri, le musiche originali di Riccardo Eberspacher, la prova d’attore di Eros Pagni con Roberto Caccioppoli. Certo, Mamet è il grandissimo autore della pièce Glengarry Glen Ross dell’84, da lui stesso adattata al cinema in Americani (1992) di James Foley, con Al Pacino; e della sceneggiatura originale de Gli Intoccabili (1987) di Brian De Palma, ambientato nella sua Chicago. Analogamente, ricordo Al Pacino, ispiratore e destinatario di China Doll, per essere stato il coach Tony D’Amato di quella perla interpretativa e filmica di Ogni maledetta domenica (1999) di Oliver Stone, e il Michael Corleone, presenza fissa nella trilogia de Il Padrino di Francis Ford Coppola. Dunque, in effetti, dovendo misurarsi con tali grandezze, l’atmosfera in sé avrebbe scarse caratteristiche di suscitare una sensazione di disimpegno da essere accolta in pieno. Vedremo.

Eppure, in mezzo a tante “amiche”, mie e del teatro, tra un pubblico elegante che non vuole essere solenne ma presente, fortemente presente, comprendo di partecipare a una cerimonia celebrativa significativa e importante. Ne percepisco conferma quando Barbareschi, senza microfono (giusto, non siamo su un set cinematografico o televisivo con il fondamentale apparato di registrazione del suono), salito sul palcoscenico e a sipario chiuso, a noi, indaffarati a trovar posto, a conversare o salutare, illustra gli intenti e il calendario dell’iniziativa in omaggio allo scrittore, commediografo, sceneggiatore, produttore, originario di Chicago e figlio di ebrei russi. Nulla di nuovo circa l’interesse di Barbareschi verso il repertorio di Mamet da lui introdotto in Italia all’inizio degli anni Ottanta in veste di interprete, producer e traduttore: American Buffalo, Perversione sessuale a Chicago, Glengarry Glen Ross, Il sermone, Mercanti di bugie, Oleanna, Boston Marriage. Ma, appena osservo Eros Pagni nell’elegante coordinato grigio scuro di Mickey Ross, entrare nel proprio ufficio, potente e aggressivo padrone di un mondo di soprusi e menzogne, nella scenografia spaziosissima e vagamente ellittica di Matteo Soltanto – lunghe pareti nere con quadri tempestosi, un candido pavimento a riflettere il neon bianco e diffuso del soffitto – mi lascio persuadere: uniti a Mamet, applaudiremo non la rassegnazione, bensì la coscienza matura che determinati percorsi, indifferentemente per vincitori e vinti, conducano alla morte. E quella strada, ognuno con i suoi mezzi, siamo qui tutti insieme a cercare di sbarrarla a ogni divenire.


Nel ruolo protagonista, Eros Pagni si rivolge agli altri con argomentazioni persuasive perché, in virtù di una logica interna ineccepibile, ciascuna delle argomentazioni costruite rispetta una valutazione meritocratica ferrea: avere o non avere, guadagnare o perdere, comandare o essere “utilizzati”. Ovviamente, in primis, si colloca l’alternativa eliminare o essere eliminato. E’ un ricco magnate della finanza, maestro del raggiro, spavaldo capitalista privo di scrupoli, seduto dietro una massiccia scrivania e, sin dai dialoghi d’avvio, impegnato a tormentare – secondo un punto di vista sorretto da presumibile maieutica dello scontro – il giovane assistente Carson con richieste perentorie, ripetute a ritmo sfibrante, impedendo feedback o smentite. Alterna periodi di impianto solido nella significazione e di tono corretto, fortemente didattico, al turpiloquio ad alta voce, misto a minacce di bassa lega, in modo da esternarsi, negli atti d’esordio del racconto, abbastanza inquietante e indefinibile mentre parla (suppongo dinanzi a uno specchio invisibile), prende appunti, si toglie gli occhiali, si alza, siede sul divano, accende una sigaretta, torna al tavolo o vi gira intorno, prende un drink (forse bourbon).

Il meccanismo drammaturgico funziona alla perfezione, riuscendo a rendere multiple le fonti dei messaggi omogenei, capace di attirare l’attenzione della platea, nel dubbio non si fosse pronti, al momento, a decifrarne l’intreccio. Di conseguenza, sono inquieta: sembra di essere divenuta io stessa, accanto all’intero pubblico, il destinatario diretto delle battute, una sorta di interlocutore perfettamente inserito nell’interminabile ciclo falsamente dialettico le cui tappe di sviluppo è il medesimo Ross, alla luce del sole, a costruire nella totalità. Prevale in sala il senso di angoscia, anche perché il devoto – così almeno risulta – segretario particolare, ai servizi del temibile boss, dà vita a trama e intreccio della story mostrandosi disponibile (sebbene colpito o spaventato) al comportamento forte del capo e rispondendo prontamente ai relativi ordini e desideri. In realtà il “rispondere” – in un gioco alternato tra cordless aziendale e cellulare personale – è la funzione verbale decisiva della pièce: la grandissima maggioranza delle dichiarazioni del protagonista è animata direttamente in rete, e le repliche dei destinatari sono riportate, sempre da lui, anch’esse in linea diretta. Del resto, in tono assai minore, assolutamente analogo, agisce il giovane Carson provvisto di tablet, discutendo in anticipo, al suo posto o in contemporanea, con i medesimi personaggi invisibili e senza comunicazione in voce. Quindi non solo siamo, abilmente e in forma allarmante, guidati ad ascoltare “inermi” una sequela impegnativa di domande e risposte ininterrotte: siamo persino allontanati dalla possibilità di reagire, sia pure autonomamente, in certa misura indirizzati dalla “reazione” messa in campo da chi si troverebbe direttamente coinvolto nella vicenda.


Dal quartier generale di Manhattan, il finanziere ha programmato un viaggio nel vecchio continente con l’amante Francine: alla giovane, “con quella pelle di porcellana da bambola cinese”, ha appena regalato un lussuoso jet privato da sessanta milioni di dollari. Il costoso gioiello volante è in viaggio, con lei a bordo, dalla Svizzera (dove è stato immatricolato eludendo le tasse di acquisto dovute al governo americano) al Canada: da lì, raggiungeranno insieme l’Europa e potranno gustare “un bel pollo arrosto con una buona bottiglia di Bordeaux”. Ma il pilota ha dovuto effettuare una breve sosta di emergenza a New York, per poi ripartire in direzione del Canada. Giunto a Toronto, il velivolo viene bloccato e posto sotto sequestro, con la giovane donna fermata e perquisita. Una raffica di telefonate (da Henry, avvocato personale, a Francine, l’amante, da Price, direttore dell’albergo a Toronto, a Rubinstein, emissario del governatore, dal pilota al capo-scalo) fornisce le informazioni necessarie ad arrivare gradualmente alla verità. Non si tratta di un problema legato a regole implicite nel traffico aereo o alla sosta tecnica: la giovane è stata fermata dalla dogana in quanto risulterebbe una tassa di cinque milioni di dollari da versare cosicché l’aereo torni a volare, libero, verso la mèta programmata.

Con il passare dei minuti l’angoscia, ecco, diviene prevalente, poiché la tappa conclusiva immaginata diviene, chiaramente, irraggiungibile: il dominatore onnisciente di Mamet, desideroso di tralasciare gli affari e dedicarsi all’amore, è caduto nell’errore di far infuriare la persona sbagliata. Artefice di una fortuna immensa dovuta a pratiche non limpide, calcolatore, realista (“Lei crede nella fortuna?”, “Non è che ci credo. L’ho vista, la fortuna”), nel giro di un paio d’ore apprende di esser diventato la vittima sacrificale del gioco politico del figlio del Governatore, al quale prestava la preziosa opera di fund raiser : costui intende infatti lasciare la poltrona di Albany per gettarsi nella corsa alla Casa Bianca, e il rampollo (appellato “il bamboccio”) ha necessità di liberarsi di una presenza ingombrante incastrando il lobbysta. La multa si tramuta in reato federale, la legge violata riguarda le pratiche illecite all’estero, il reato è penale, il passaporto ritirato.

Da adesso in poi – paradossalmente, per noi – l’atmosfera sarà più respirabile. Meno male, vien da pensare, perché, in fondo, la rivalsa al perverso e illegittimo dominio di un individuo pericoloso e immorale sembra sia giunta in mani potenti: si apre un varco, uno spiraglio, alla speranza di fare giustizia. David Mamet, si diceva, non vuole però fingere in scena. Intende, all’opposto, addestrarci a far muro contro qualcosa di insano, tutt’oggi in cammino a passi da gigante. Non vuole si torni a casa rincuorati da una vittoria, sia pure utopica e di racconto, raggiunta secondo traguardi e prezzi improbabili e poco verosimili. No, le asserzioni infinite volte ripetute (lungo un estenuante meccanismo di raddoppiamento megalomane, segnale di sconfitta e distruzione), le telefonate con risposta preordinata del destinatario, alcune documentazioni compromettenti unite ad accordi illegali e modalità liberticide, per ora condurranno soltanto alla morte della giustizia.


Impegnato in rabbiosi alterchi con Toronto, Ross si era visto recapitare un pacco-dono dalla compagnia: è il modellino del jet requisito, costruito con l’identico metallo dell’originale. Rimarrà indisturbato sul tavolo, sino a quando non si trasformerà nell’arma contundente grazie alla quale il disperato e lucido avventuriero colpirà a morte Carson, pronto a denunciarne gli illeciti e ad andarsene con il dossier ricattatorio sul Governatore. Ross non aveva avuto mai intenzione, in cuor suo, di passare un solo giorno dietro le sbarre: “Tutti vogliono andare in Paradiso, ma nessuno vuole morire”.

Con il corpo del factotum riverso dietro al divano, escluso alla vista degli spettatori, Mickey spegne le luci, prende un veloce bagaglio e parte per Miami: “Se non si è consapevoli delle nostre colpe, bisogna espiare per le nostre virtù”. Sulle tracce, chissà, del medesimo percorso pianificato per il contabile Payne de Gli intoccabili, da imbarcare a forza sul “treno di mezzanotte” onde evitarne l’incriminante testimonianza in tribunale.

“Così sia”, proclama Eros Pagni prima di scomparire dietro le quinte. Contiamo, non sarà ancora a lungo se, dopo aver sostenuto con China Doll un muro di difesa e autodifesa ai molteplici soprusi degli inganni e dei crimini di qualunque emblematico Ross, spente le luci saremo disposti ad aprire il nostro personale pacco-dono, analogamente ai partecipanti alla celebrazione della serata, al di qua e al di là della ribalta. Conterrà, sono sicura, come arma difensiva, indicazioni di lotta e coraggio contro la morte ingiusta e la prevaricazione. Ma pensarle, scriverle, concretizzarle nel dettaglio, terminato lo spettacolo, questa volta toccherà a noi, direttamente.


China Doll

di David Mamet

traduzione di Luca Barbareschi

con Eros Pagni (Mickey Ross) e Roberto Caccioppoli (Carson)

regia Alessandro D’Alatri

musiche originali Riccardo Eberspacher – scene Matteo Soltanto – costumi Anna Coluccia – luci Umile Vainieri – aiuto regia Lorenzo D’Amico

produzione Teatro Stabile d’Abruzzo con Casanova Teatro

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