Monica SCHIRRU- Vita, tribolatissima, di Galileo (Gabriele Lavia realizza e interpreta l’opera di Brecht)

 

Lo spettatore accorto



VITA, TRIBOLATISSIMA, DI GALILEO

Vita di Galileo, Gabriele Lavia, Ludovica Apollonj Ghetti, foto di Tommaso Le Pera

Gabriele Lavia mette in scena ed interpreta l’opera di Bertold Brecht   Al Teatro Carignano di Torino sino al  25 ottobre 2015  Fondazione Teatro Stabile della Toscana – Teatro Stabile di Torino

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Oso Galileo e lo dedico a Strehler. Al suo genio, alla sua lezione. Un ritorno al passato in nome di un teatro perduto, fondato su parole oggi quasi vietate: impegno, politica, tensione morale… Concetti desueti da scandire in modo chiaro, semplice. Perché, come sostiene Brecht, tutti hanno il diritto di  capire”. Gabriele Lavia racconta il progetto teatrale con uno dei più laboriosi testi di Bertold Brecht, “Vita di Galileo” (del 1938), che il drammaturgo tedesco rivisitò per oltre vent’anni. Il debutto italiano nel 1963 al Piccolo di Milano – con la regia di Giorgio Strehler  e Tino Buazzelli nel ruolo dello scienziato pisano – rivelò al giovanissimo Lavia che il teatro sarebbe diventato il suo mestiere.

Spettacolo di apertura della stagione del Teatro Stabile di Torino, “Vita di Galileo” è la professione di un “credo scientifico” che esalta la fiducia “nell’uomo, nella ragione umana e nella sua forza che può cambiare il mondo”, come afferma Brecht nel testo. E’ un omaggio alla ricerca della scienza, un tributo allo sforzo di mettere in discussione dogmi secolari e certezze consolidate in nome della verità. Quella “verità che non è mai figlia dell’autorità: è sempre figlia della libertà”.

Lo spettacolo ripercorre ventotto anni della sua vita – tra Venezia, Padova, Firenze e Roma –  attraverso episodi biografici e scoperte scientifiche messe in scena con chiarezza e semplicità, in pieno spirito divulgativo brechtiano, attraverso facili esempi e dimostrazioni. La storia si articola in quadri scenografici che segnano la scansione temporale degli eventi: dallo studio – con enormi lavagne piene di formule e alambicchi di ogni genere – all’Arsenale del Porto di Venezia, dal terrazzo della casa di Padova alla dimora nella Firenze medicea, all’Istituto Pontificio di Ricerca Scientifica, sfondo del potere culturale della Chiesa e della sua fede cieca nell’ “autorità del divino Aristotele “.

Ne emerge il ritratto di un uomo di spirito, oltre che di scienza, ironico, talvolta caustico, con fragilità e debolezze umane, persino qualche tic, come lanciare in aria un oggetto per poi riprenderlo poco dopo.

Tanti i personaggi che ruotano intorno al protagonista: dal giovanissimo Andrea Sarti, che diventerà suo affezionato discepolo, interpretato nell’infanzia da una curiosa e irrefrenabile Ludovica Apolloni Ghetti e nella maturità da Carlo Sciaccaluga, deluso dall’abiura del maestro al Tribunale della Santa Inquisizione ; la domestica (Francesca Ciocchetti), Signora Sarti, madre di Andrea, pragmatica,  sbrigativa e astuta; Frate Fulgenzio (Michele Demaria), timoroso nei confronti del potere ecclesiastico e allo stesso tempo affascinato dalla ricerca della verità;   Virginia, Lucia Lavia, devota figlia dello scienziato, rassegnata alla perdita dell’uomo che amava, Ludovico Marsilio (Luca Mascolo) che si rifiuta di sposarla per il dissidio di suo padre con il clero.

Tre elementi rendono – a nostro parere – questo imponente spettacolo lieve ed efficace, nonostante la durata di quattro ore:  la coralità dell’impianto drammaturgico, la semplicità  – e la bellezza – del testo,  la dinamicità della struttura. Non ci sono tempi morti,  dialoghi o monologhi verbosi: le scene scorrono agili l’una dopo l’altra e Lavia dirige con grande cura la compagnia,  senza lasciare nulla al caso.

Particolarmente austera –  ed esteticamente molto bella – la festa di Carnevale, che si svolge nel palazzo del Cardinale Bellarmino a Roma: una grande tenda in broccato rosso incornicia lo spazio scenico,  illuminato da file di ceri laterali. Dalla festa di palazzo si passa alla festa di piazza dove si svolge “un corteo di astronomia in maschera” che esorta ad imparare l’”abc” della nuova teoria cosmologica,  trasformandosi in un musical, con agilissimi saltimbanchi in costumi variopinti.

Ieratica l’immagine dell’abiura all’Ambasciata Fiorentina di Roma: sullo sfondo nero, lo scienziato indossa un saio rosso carminio, accompagnato da due rappresentanti del clero, che esibiscono codici sacri miniati. Ha una valenza forte, da rito sacrificale.

In chiusura dello spettacolo, tormentato dal senso di colpa per aver tradito la verità,  temendo il dolore fisico della tortura,  l’uomo di scienza si confessa, riconosce i propri errori  e intanto il palcoscenico viene “spogliato”, quasi a voler dare spazio fisico ai pensieri. E’ una tecnica efficace che Lavia usa – anche in altri momenti –  per far risaltare il peso delle parole, la profondità del pensiero dello scienziato: azzera la scena sontuosa, facendo calare un sipario nero dietro alle spalle del protagonista e del suo interlocutore, collocati nel punto più vicino alla platea,  creando una vicinanza con il pubblico che amplifica la fruizione dei dialoghi o dei  monologhi.  Come se il “silenzio” scenografico predisponesse ad un migliore ascolto del pensiero.

 

 

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