Marta LIMOLI- L’eterno Edipo (Siracusa 2013, incontro con Daniele Pecci)




Siracusa 2013*


L’ETERNO EDIPO

Incontro con Daniele Pecci

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Incontriamo in camerino, a fine spettacolo, l’attore Daniele Pecci, protagonista di   Edipo ReOpera definita -da filosofi di diverse epoche storiche (da Aristotele a Schlegel)- la più perfetta tragedia del Teatro Greco: voglia e coraggio di misurarsi con un ruolo ‘punta’ del repertorio dei grandi classici greci. Lavoro su un archetipo.

-A quali risorse, fonti, hai attinto per dar vita e delineare la tua interpretazione?

“Dai tragici greci, gli scritti di Nietzsche e i saggi latini – percorsi che riguardano gli studi universitari – fino al mito della Tebaide, attingendo alla memoria di attore e l’idea che si è stratificata nel tempo; base che ha costituito suggestione maggiore”

-Relazione con la regia. Il tipo di voce adottato per il personaggio, la gestualità scolpita nello spazio. Sofocle tolse l’Onkos – l’enfasi, la magniloquenza, ai suoi personaggi; anche se ciò non vuol dire che nella recitazione non vi possa essere tensione emotiva – pathos….

“Nell’ansia del regista Daniele Salvo di trovare l’archetipo – perduto per i tempi borghesi di oggi – si è lavorato alla ricerca di una tragicità reinventata, cattivante. Il nostro Edipo ruggisce, nitrisce nell’anima, molto animalescamente. Richiama sonorità borboniche che rende tribali, suoni spesso risultato dell’utilizzo delle false corde, suoni di stomaco; fisicità possente nonostante l’evidente zoppia.. Poiché Edipo ha comunque avuto la forza di uccidere. Si è lavorato fino ad ottenere una grande fisicità insieme alla.. come potrei dire.. plasticità – ecco – dei gesti: pochi ma precisi”

-L’arte di Sofocle nell’espressione verbale, nel verso, nella composizione in genere, differisce da quella di Eschilo per il carattere più riflessivo e sagace. “I temi e motivi più terribili dell’eterna tragedia umana si intrecciano in questo dramma e nella ‘condotta’ del dramma, infondata sul procedere di un’indagine, si potrebbe (scrive lo storico Silvio D’Amico) riconoscere l’antenato dell’odierno dramma poliziesco.

“La linea recitativa indicata è quella di chi solleva una piuma per la solennità del gesto, mantenendo il confine labile fra enfasi e traduzione colloquiale: asciugare la ridondanza di certe parole fra un dramma dialettico. Le componenti ‘investigative’ non le abbiamo represse ma esaltate, come riteniamo sia giusto fare. Il regista aveva in mente dettagli scenici che sono stati trasferiti nella messa in scena, volti ad ottenere un risultato organico dell’atteggiamento dello spirito e del pensiero del personaggio”

-Quando si parla di tragedie greche, si parla sempre e comunque di contemporaneità. In prova, in fase di allestimento, avete preferito sollevare questo aspetto piuttosto che la classicità dell’opera?

“Questo luogo ed il pubblico impongono classicità della lettura del testo e la spettacolarità. La storia è molto intrigante. Quando si affronta un grande classico bisogna rispettare la storia con dovizia”

-L’impatto con il pubblico: così ravvicinato ed esteso, tanto potente nello spazio del Teatro Greco di Siracusa. Le cosiddette “vecchie generazioni” – gli illustri compagni di scena – attori veterani avvezzi a tal magnificenza, ti raccontano delle loro percezioni, delle esperienze emotive che hanno vissuto negli anni? Cosa ti colpisce di ciò e cosa ricordi in particolare?

“Mi sento affine alla testimonianza di Mauro Avogadro che posso menzionare a tal proposito, il quale dice di rimaner sempre atterrito ed esaltato allo stesso modo – nel tempo – dall’energia di questo luogo; vorrebbe non parlare e fuggir via ma poi “O lo si subisce venendone schiacciati o lo si riesce ad addomesticare quella sorta di sgomento verso un muro umano che t’investe mentre stai entrando in scena”. Dopodiché è tutto duramente meraviglioso”

-L’immagine attuale sulla pagina Facebook: un fotogramma dal set Maternity Blues per la regia di Fabrizio Cattani. Motivo della scelta?

“Colgo qualcosa che mi riguarda in quell’immagine. Prescinde da ciò che sono, adesso.. Ma vi vedo una parte di me”

-Un progetto del tutto singolare, privo di finanziamenti, ha fatto discutere su un argomento assai delicato, ha destato interesse nel pubblico. Operazione che la critica ha elogiato. Il lavoro di Cattani sul tuo personaggio: ti ha fatto trasformare?

“Siamo arrivati a quella soluzione ‘estetica’ per il personaggio dopo un’elaborazione accurata, insieme a parrucchieri e truccatori. Ho studiato il dialetto friulano; Fabrizio Cattani da regista mi ha guidato con maestria fino a farmi poi arrivare al risultato finale in questo suo film”                                                        

-Quali possono essere le difficoltà dell’attore ad agganciare nuovi canoni di linguaggio – spesso vessati da forzature lessicali – e coniugarli al gusto e l’amore per l’aulicità di certa scrittura con la quale ci si è formati? Si ‘rischia’ di riconoscere anche dei preconcetti estetici.

“Penso che ci siano dei grandi autori contemporanei e che il loro linguaggio teatrale abbia del poetico, il teatro è sempre luogo della parola; penso ad esempio a Pasolini. Il cinema riguarda più degli spaccati di vita riversi nelle immagini, fermo restando che pure il cinema si può nutrire di linguaggio aulico, del quale mi ritengo un appassionato. Adesso vivo un sogno di sempre, qui a Siracusa, in scena con l’opera tragica – come si diceva – considerata perfetta”

Nel mondo di Sofocle non v’è annuncio né promessa di luce. La volontà del volere umano non è che illusione. Sola consolatrice, l’arte: sola catarsi, quella del poeta che da millenni tramanda l’intatta espressione dell’eterno dolore umano. Ma dell’uomo – crediamo – non è solo l’erebo, oscura profondità della terra, nelle quali hanno dimora solo i morti

 

*Ringraziamo Franca CENTARO, autrice delle foto

Author: admin

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