Francesco NICOLOSI FAZIO- Provaci ancora Bob (incontro con Roberto Andò)


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PROVACI ANCORA BOB

Incontro con il regista Roberto Andò


Se fosse stato previsto avremmo chiesto al regista. “Nel film ‘Il manoscritto del principe’ la bella scena delle gocce di sangue sul manoscritto erano gocce di  memoria o di passione?”  Magari la risposta sarebbe stata letteraria e di doverose fonti storiche. Le domande erano esclusiva pertinenza di Ornella Sgroi che, ospite fissa di Marzullo, ha omesso la domanda marzulliana: “Si faccia una domanda e si dia una risposta”. Optando per fare un po’ tutto da sé.

Per la stessa iniziativa del Teatro Stabile di Catania in associazione con L’Università di Catania che ha impersonato in Rosario Castelli il perfetto ruolo, avevamo seguito analogo incontro con Franco Battiato, apprezzando moltissimo il rigore dell’approccio del regista, necessario per esaltare la sua poetica, anche cinematografica. Altrettanto rigore riscontriamo in Andò, che sta seguendo un suo percorso di ricerca intellettuale, che lo porterà, paso dopo passo, alla sua poetica.

Nei suoi primi tre film Roberto (come lo chiama la Sgroi) si è lanciato “alla ricerca”(come l’amato Proust) dei suoi modelli di letteratura e di cinema. Il risultato è stato sempre esatto cinematografi-camente ma inefficace dal punto di una sua poetica o almeno di una forte unitarietà di stile. Fa pensare il commento che tutti gli spettatori, critici e no, hanno sempre dato: “non sembra un film italiano”. A detta dello stesso regista, che oppone nell’intervista una perfetta pronuncia francese, tale commento non può classificarsi né tra quelli negativi né tra quelli positivi. Nei primi due film i protagonisti, attori francesi, forse influenzavano la valutazione.

Forse la cifra più evidente del cinema di Andò è il depistaggio, con una costante presenza del doppio e del mistero, più o meno svelato; pellicole fatte come di un “parlar d’altro”, un modo di intendere e di produrre che è tanto “cool” nel senso di “alla moda” ma lo è anche nella traduzione letterale di “freddo”. Anche la luce, e la conseguente fotografia, tendono al distacco glaciale, come se l’inquadratura (primi piani compresi) giungesse da siderali distanze, quasi che non si voglia “sporcarsi le mani”. Ma nel cinema, come nella vita, “dai diamanti non nasce niente”.

Ma ecco che, perdute le remore, Roberto scrive un libro tutto suo, con una storia di intelligente fantapolitica, dove il capo di un partito di sinistra (cosa essere?) fugge e viene sostituito dal fratello gemello (il falso e il doppio tanto per cambiare). Dal libro ne trae un film, realmente originale. Questo non sembra proprio un film straniero, magari sarà straniante, ma vero e divertente, al punto che il regista ne chiede quasi perdono. Il risultato è una serie di nominations ai “David di Donatello” ed ai “Nastri d’argento”, diventando quasi il miglior film italiano dell’anno,

Morale della favola: il mestiere è indispensabile, la ricerca è doverosa, ma il cinema è fatto di poesia, ma anche di coraggio ed errore, il rischio in ogni caso, in quanto la produzione cinematografica è da ascriversi tra le attività industriali, a tutti gli effetti. Un prodotto che va progettato, eseguito con professionalità e poi venduto, al pubblico tramite il biglietto.

In fondo è una regola rigorosa anche questa.

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